Di svelamenti e talenti – Maria Laura Spanedda

DI SVELAMENTI E TALENTI di Maria Laura Spanedda

assemini specchio«La Natura ama nascondersi» Eraclito

InVeloVeritas, un richiamo a detti antichi.

Il titolo per una linea creativa che non si limita a far passare un’immagine attraverso delle magliette, ma che veicola un concetto intrigante. Alla presentazione della collezione, ascoltando le parole che Maria Francesca e Giuseppe usavano per descrivere le loro idee, si accendevano riferimenti oltre la moda e il design.

L’estetica è una dimensione pervasiva e sfuggente, di difficile definizione, ma che è da sempre capace di gettare ponti con l’esterno. Una maglietta che rappresenta una donna con un velo su un corpo nudo, è una maglietta che racconta se stessa: qualcosa che sta sopra un corpo. La copertura travalica il messaggio. Dovremmo considerarla come una delle tante provocazioni secondo la regola dell’ “osare sempre un po’ di più”, oppure potrebbe essere qualcosa di differente?

A chi non è mai successo di vivere gli effetti del detto antico a cui si riferisce il titolo della collezione. In vino veritas; quando si beve più del solito, sembra spesso di sentire una strana forza, capace di aumentare la “libertà” di esprimersi. I tannini hanno forse l’incredibile capacità di generare potenza, passando dallo stomaco al nostro sangue? Sembra che l’ebrezza ci dia la possibilità di svelarci, ma potrei dirlo anche in un altro modo: il vino ci fa vestire dei panni diversi dal solito, e sembra che questa identità differente possa veicolare ciò che nella “normalità” fa fatica a trovare un canale.

Il vino della festa, il vino dell’addio.

Sta qui forse il senso che diamo alla potenza di alcune cose, non solo sostanze come il vino, che hanno la capacità di aiutarci a percorrere delle strade, a fare qualcosa. Il travestimento a teatro, la maschera del carnevale, il velo entrando in chiesa, il tatuaggio appena fatto, degli occhiali da sole “per avere più carisma e sintomatico mistero”. Sono come aiutanti, traduttori di messaggi per noi e per gli altri.

Medium.

Svelarsi dunque, può forse voler dire lasciar spazio perché trovi espressione una parte di noi che sta nascosta, forse in un recinto. Come sarà finita lì dentro? “Liberi tutti”, così vuole la regola. Ripudiare ogni velo tradizionalmente costituito. Il lutto dei 7 anni, il simbolo della mia religione, i maglioni a collo alto… Via tutto.

Ma la possessione non inizia senza la maschera e la danza. Ci sono rituali del popolo Songhai durante i quali viene messo un velo scuro sulla testa e il corpo dei danzatori quando inizia la possessione. Diviene veicolo del doppio, apre la strada all’arrivo di una divinità.

Cosa sto cercando di dire?

L’essere nudi non è forse il semplice svestirsi, come rinuncia ai nostri confini. Se la regola è quella dello svelarsi per forza, della rinuncia alle zone d’ombra, della pubblicizzazione (non solo nel senso commerciale del termine), allora decidiamo di rinunciare alla potenza di quei simboli e di quegli oggetti che da millenni ci hanno aiutato a dare voce alle energie che compongono la nostra identità. Forse per cercarne altre, o per non vederle più. E’ stata una scelta: la generazione dei nostri genitori ha in parte deciso di rompere con quei significati, vissuti come deprivanti. Ma quando si resta totalmente scoperti, si può dire di essere nudi davvero? Come se nel corpo svestito risiedesse lo svelamento completo di una verità. Non avere niente addosso corrisponderebbe così al mostrare qualcosa di essenziale, quasi sacro. Resta un corpo. E quindi davanti ad esso che ci si può considerare in una situazione totalmente disvelata, ad una meta? Il velo di Maya, quando si squarcia, non spoglia la fine, ma solo l’inizio di una lunga scoperta. C’è qualcosa che la nudità occulta.

Per noi una donna col velo, dopo 60 anni di “liberazione culturale” all’occidentale, rappresenta una difficoltà e una provocazione.

La difficoltà

di orientarci su un terreno che non si mostra attraverso le nostre lenti, secondo le coordinate a cui siamo abituati. “Quella donna” non viene letta, il navigatore ha difficoltà a rilevarla. Una punto sgranato… ci ricorda sfrontatamente che non possiamo entrare ovunque. La mappa giusta è ora quella che vuole mostrarti ogni svincolo alla luce del sole. Ma la mappa si costruisce sui vincoli che non possiamo levare, e grazie a quelli disegna il territorio che possiamo esplorare. È la montagna ciò che dobbiamo aggirare per raggiungere la meta. Le miniere dentro di essa non ci aiutano a capire dove costruire la strada per passare oltre. Tuttalpiù, per scalarla, ci servirà considerare una terza dimensione.

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La provocazione

di non volersi mostrare e liberare secondo il modo in cui tutti si aspettano. Chiusura, copertura, invalicabilità… suonano come termini negativi. Velarsi è ancora sinonimo di paura. La missione della liberazione guarda con saccenza alle limitazioni, senza vedere le proprie. Il nostro immaginario sardo ci riporta al velo del lutto, che la vedova doveva obbligatoriamente tenere alla morte del marito. La comunità matriarcale, complice di un certo maschilismo atavico, controllava attraverso una stoffa le energie che si liberano da una donna ferita ma che risorge ad una nuova stagione. Difficilmente asservibile alle regole. Una minaccia da coprire e tenere a bada, perché non si metta, o non metta, a rischio. Ma quel velo diviene anche un’ arma e una parte di noi; diviene quel panno che annodo per entrare in chiesa e che mi aiuta a dire agli altri qualcosa di me. Con il quale io comunico la mia appartenenza, un messaggio sulla mia storia. Un confine che comunica. E poi il velo capace di trasformarsi nel ricchissimo drappeggio della sfilata e della festa. Non è il velo, siamo noi in mezzo agli altri.

La ragazza con il suo hijab, va’ oltre l’abitudine. Quanta difficoltà abbiamo a considerare quell’immagine come bella o elegante? Le nostre premesse culturali mettono in primo piano una figura femminile costretta ad una limitazione, che la fa sudare ai primi caldi di maggio, che le impedisce di mostrare il suo corpo, che la vincola ad un’appartenenza. Un essere che forse non riesce ad esprimersi come vorrebbe, ci viene da pensare. Ma è un discorso che si morde la coda. Se il nostro concetto di sensualità e bellezza passa solo per lo scoprirsi, il vincolo lo abbiamo anche noi. Il vincolo del sentirsi chiamati ad un’esposizione, al sentirsi in colpa per quello che non riusciamo ad esporre, per uno strano disagio che non ci fa sentire al sicuro, il vincolo di doversi sentir bella in un solo modo.

Scegliere.

La scelta –ove e quando possibile- cambia le cose, da significato, diviene creatrice: è questa la grande proposta che apre InVeloVeritas. Quando si mette a fuoco il nudo, si occulta qualcos’altro. Non è mia intenzione accomunare retoriche del corpo-merce a lotte di liberazione per i diritti di una parte sociale. Si tratta di un messaggio che si estende a tutti i sessi. Poter scegliere un nuovo velo, oltre i pregiudizi di una generazione post-bellica che ha provato a liberarsi dei simboli tradizionali di costrizione, ma che ci ha cresciuti secondo un modello televisivo in cui senza zone scoperte l’attenzione cala, non significa riproporre un discorso castrante. Questo potrebbe essere il momento di riscrivere i significati che diamo al modo di disegnarci esteticamente, di comunicare con gli altri attraverso quello che scegliamo. Come un velo. E in questa strana epoca del tutto, forse l’overdose di informazioni può aprire nuovi desideri di riappropriazioni del silenzio, nuovo zone di copertura in cui non si è raggiungibili.

La scelta di coprire una parte, in senso lato, è una scelta di libertà; è un velo che svela zone di confine, dei limiti di cui ci componiamo e sui quali ci muoviamo con l’altro. Non solo ombre, ma chiaroscuri di cui siamo composti, dai quali possiamo sentirci in prigione o possiamo inventare nuovi linguaggi di forza. Il piacere di proteggere delle parti, per me e per gli altri, è la possibilità di sapere dove stanno le debolezze, che divengono nostre risorse.

Accostare un seno nudo ad un capo coperto non è solo una polarità esteticamente ad effetto, ma un sincretismo che combina elementi diversi per dare vita ad un terzo, nuovo, significato. Potrebbe essere letto come volontà di riproporre un contatto diverso con gli altri, attraverso interferenze non più illegittime ma parte di una danza.

Un segreto, in una società in cui la regola della luce del sole ci illude che non sia più possibile averne.

“L’Alethéia è lo svelamento che salva in sé ogni sorgere e ogni apparire e scomparire. L’Alethéia è l’essenza del vero: la verità…” Martin Heidegger, Parmenide 288

Maria Laura Spanedda

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